C’è ancora buio nella stanza quando apro gli occhi.
Controllo l’ora: 6:30… mi rigiro e tento un pisolino…
Alle 8:00 mi alzo e salgo a fare colazione per poi salire al Laboratorio, ma quando arrivo è tutto deserto.
Controllo sulla app Costa, e nella sezione “Oggi a bordo” il Laboratorio delle 10:00 non c’è: Carola ha l’esercitazione d’emergenza, ci sarà nel pomeriggio.
Tutto sommato mi va bene: ne approfitto per scrivere!
Raggiungo Stefano al Gran Bar al tavolino vista Oceano che ci offre un panorama invidiabile: le onde sono alte e vederle infrangersi creando alti spruzzi è uno spettacolo ipnotico.
Devo fare uno sforzo per distogliere lo sguardo e concentrarmi sulla scrittura.
Mentre scrivo, la lezione di spagnolo procede: sento l’insegnante spiegare le declinazioni dei verbi e i diligenti studenti rispondere correttamente alle domande.
Ascoltare la lezione, anche se sto scrivendo, mi è utile, quindi lascio gli auricolari wireless in borsa e scrivo con il sottofondo ispanico.
Alle 11:00 salgo al Ponte 3, al Teatro Duse: c’è la prima parte della conferenza culturale di Alessandra Falcolini sul Giappone, la nostra prossima meta.
Il Giappone è un paese affascinante, ricchissimo di cultura, tradizioni e particolarità.
Dire Giappone, fa pensare ai kimono, ai templi, ai ciliegi in fiore, agli ideogrammi, al sushi, ai samurai, al loro rigore e alla loro disciplina, ecc.
In effetti la cultura giapponese è basata sul rispetto reciproco, che passa attraverso il rispetto delle regole, della gerarchia, con un’educazione, un senso dell’ospitalità e del lavoro straordinari.
La massima rappresentazione gerarchica si trova nella religione shintoista, una religione politeista e animista, che considera i fenomeni naturali come espressione degli Dèi.
I templi shintoisti sono facilmente riconoscibili perché al loro ingresso è presente un torii, il tradizionale portale d’accesso giapponese che immette a un jinja (santuario shintoista) o, più semplicemente, a un’area sacra, la cui struttura elementare è formata da due colonne di supporto verticali e un palo orizzontale sulla cima, spesso dipinto di colore vermiglio.
La Dea Amaterasu, letteralmente “Grande dea che splende nei cieli”, è considerata l’antenata diretta della famiglia imperiale giapponese, il cui blasone è il crisantemo giallo.
Negli antichi scritti, che supportano la tradizione, si narra di una discendenza con nomi precisi di vari imperatori, molti dei quali inventati e mitizzati per supportare questa credenza, che resta comunque affascinante e che ci racconta dell’atteggiamento di devozione, lealtà, rispetto e forte attaccamento alle proprie radici.
In questo senso anche gli studi archeologici e il modo in cui vengono condotti, fa comprendere la necessità, per la cultura giapponese, di procedere con estrema cautela nel concedere l’accesso e la divulgazione di scoperte, soprattutto se questo comporta, come nel caso dei kofun, l’accesso a tombe di imperatori.
I kofun sono delle antiche sepolture, risalenti alla protostoria, dalla tipica forma a tumuli e megaliti. Si dice che il kofun giapponese più antico sia quello di Hokenoyama situato a Sakurai, Nara, e risalente alla fine del terzo secolo.
I 49 kofun di Mozu-Furuichi sono patrimonio UNESCO, e proprietà dell’Agenzia Imperiale.
Da lontano sembrano collinette boscose con strane forme irregolari che interrompono la distesa urbana della pianura di Osaka, nel Kansai, sono invece capolavori di ingegneria architettonica e civile.
Il Giappone investe moltissime risorse in ambito archeologico, e questo promuove una costante e massiva ricerca, con la conseguente scoperta, di siti e di nuove informazioni.
Insieme all’imperatore un’altra figura fondamentale è quella dello Shōgun, letteralmente il “comandante dell’esercito”, che spesso esercitava molta più influenza politica dell’imperatore stesso.
Lo Shōgun si avvaleva di soldati altamente specializzati e abili: i Samurai.
Durante il periodo Edo (1603-1868) – letteralmente “entrata della baia” o “estuario” (era il nome originario della città di Tokyo) – dallo shogunato Tokugawa, il paese venne chiuso e gli stranieri – i Gaijin – che vennero cacciati dal paese, tranne i commercianti cinesi e olandesi che vennero però confinati sull’isola di Kyusho. Questa politica di autarchia è nota con il nome di Sakoku, ovvero “paese incatenato” o “blindato”, e fu interrotta d’imperio dal commodoro statunitense Matthew Perry per opera delle sue Navi nere il 7 luglio del 1853. Gli stati Uniti pretendevano un’apertura dei porti e nel 1853 vennero siglati i cosiddetti “trattati ineguali” che sancirono la fine dell’isolamento giapponese.
Il Sakoku portò comunque all’affermazione dell’identità giapponese, riscontrabile anche oggi nel fatto che il 98% della popolazione è di origini autoctone, proprio per la ‘contaminazione’ minima con gli altri paesi.
La popolazione del Giappone conta oggi più di 126 milioni di abitanti, che vivono in un territorio di 378.000 chilometri quadrati, con quattordicimila isole, che si estende dalle latitudini siberiane a quelle di Taiwan.
Per darci un’idea delle dimensioni del Giappone, in un confronto sul territorio europeo, sarebbe come se ci fosse una lunga striscia di terra che si estende dalla Finlandia al Marocco.
Il Giappone è suddiviso in 42 Prefetture, un po’ come le nostre Provincie.
Tra le 14mila isole, le cinque più grandi sono:
- Hokkaido;
- Honsu, dove si trovano le città di Kyoto e Kobe;
- Shikoku;
- Kyushu, dove si trova Nagasaki;
- Okinawa.
Il territorio giapponese è per due terzi montuoso e decisamente vulcanico.
Il Monte Fuji, il vulcano sacro alto 3.776 metri sul livello del mare, è ora quiescente, dopo aver eruttato per l’ultima volta nel 1707.
In Giappone sono presenti più di tremila onsen, fonti di acqua tiepida, utilizzate da più di cinquemila anni per la cura e per il relax.
Gli onsen sono così apprezzati che ad oggi, sul territorio nipponico, sono presenti più di quindicimila strutture ricettive, che reano un indotto pari a dodici miliardi di sollari l’anno.
La particolarità geografica di questo territorio fa sì che i tre quarti delle zone montuose siano disabitate e che solo il 13% del terreno si coltivato, principalmente con agricolture intensive di riso, sulle pendici montuose.
In Giappone il riso è fondamentale e vi sono ben 25 termini diversi per definirlo.
Fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo il riso era il cibo principale, oggi viene importato dall’Italia.
Dal riso i giapponesi ricavano il sakè, la tradizionale bevanda, sacra nella religione shintoista, sempre presente nei cerimoniali.
Nella cerimonia del matrimonio, sono nove i sorsi di sakè che sanciscono l’unione degli sposi.
Una particolarità delle tradizioni giapponesi, che evidenzia la cultura dell’ospitalità e il rispetto dell’ospite, è riscontrabile nella mescita delle bevande: nessuno si versa il proprio sakè, che viene invece versato ai propri vicini, sperando che contraccambino il favore.
Parlando di riso non si può non parlare del sushi, generalmente pensato come cibo giapponese, in realtà arriva dalla Cina a metà dell’ottocento.
Il territorio montuoso del Giappone non offre molti pascoli, essendo il 70% coperto di boschi.
Gli allevamenti principali sono quelli di maiale, e a Kobe, che si trova sull’isola di Honsu, quelli di manzo, considerata la più pregiata carne di manzo al mondo (il valore di un chilo di carne può arrivare a fiorare i mille euro!).
Come il manzo, altri beni alimentari di lusso in Giappone sono l’anguria quadrata, che proprio a causa della sua forma ha perso il gusto ma è diventata uno status symbol, con i suoi 200 euro al chilo, la fragola “Bella principessa” (prodotta da un unico coltivatore in 500 esemplari l’anno, il cui costo arriva a tremila euro l’una!), o le quindici ciliegie a 4.200,00 euro!
Molto più alla portata dei portafogli comuni, le note Mele Fuji, che comunque costano dai due ai tre euro l’una!
La natura in Giappone è una natura a volte violenta, con scosse di terremoto, dovute all’intensa attività sismica, che generano tsunami di proporzioni enormi: l’11 marzo del 2011, un terremoto di magnitudo 9, che durò ben sei interminabili minuti, spostò l’isola di Honsu di 4 metri e generò uno tsunami con onde alte 40 metri, provocando un incidente nucleare a Fukushima e mietendo in tutto il paese quasi ventimila morti, e cinquemila dispersi.
Dopo l’incidente di Fukushima, le centrali nucleari vennero spente, e solamente dieci furono poi riaccese, obbligando il Giappone ad acquistare dall’estero il 90% del fabbisogno energetico nazionale.
La forza della natura, ha imposto ai giapponesi il confronto con la fugacità, la transitorietà e l’instabilità della vita, concetti questi che trovano la loro summa nel sakura: il ciliegio in fiore.
Per sole due settimane all’anno, lo spettacolo della fioritura dei ciliegi, stempera con la sua bellezza effimera la precarietà della vita.
Anche l’architettura giapponese è stata influenzata dal senso della precarietà, e ne è testimonianza l’edilizia delle case, costruite con sottili tronchi, bambù, legno e carta di riso.
Il concetto del wabi-sabi, della bellezza delle cose imperfette, è uno dei concetti che più apprezzo del Giappone, insieme a quello del Kintsugi, l’arte del riparare con l’oro, per mostrare le cicatrici (che in occidente, invece, teniamo ben nascoste!).
Il wabi-sabi, richiamando il buddhismo, sostiene che niente dura, nulla è completo, tutto si trasforma e nulla è perfetto.
Le regole e il loro rispetto, in Giappone, sono fondamentali per garantire una stabilità sociale, dove il mutuo soccorso è alla base della convivenza reciproca.
I giapponesi lavorano sodo, non amano le spinte individualistiche, prediligono i lavori che attribuiscono un ruolo nella comunità.
Wa, concetto che racchiude in sé quello di armonia, pace, somma totalità, era il nome del Giappone prima che fosse chiamato Nippon.
La prima traccia del Wa l’abbiamo nella prima costituzione nipponica, ad opera del principe Shotoku Taishi, (574-622) che imponeva di valorizzare il Wa e di evitare i litigi.
La pazienza, l’empatia, il sacrificio, la condivisione, sono la via per la felicità, al pari dell’evitare lo scontro.
L’omotenashi è una forma di ospitalità autentica e sincera, il cui scopo è far sentire gli ospiti accolti, coccolati e rispettati, creando un’esperienza memorabile per ogni ospite.
Per questo i giapponesi sono attenti ai dettagli, alla gentilezza e all’armonia con cui viene trattato ogni aspetto della visita di un ospite.
Per rispetto, in Giappone, non ci si soffia mai il naso in pubblico, e si porge tutto con due mani, e dire “no” significa mancare di rispetto al prossimo.
Per questo i giapponesi sono anche campioni di diplomazia, utilizzando, invece del rifiuto secco, delle gentili perifrasi, come “questo è un po’ difficile…”, oppure “questo è un po’ scomodo…”, o ancora “questo richiederebbe un po’ di tempo…”, fino ad arrivare in extremis al “questo è purtroppo oltre le mie possibilità”.
L’inchino è un’altra delle manifestazioni del rispetto, come anche l’evitare il contatto fisico diretto.
In Giappone, per rompere il ghiaccio, alla pari del nostro “di che segno sei…?” si usa il “qual è il tuo gruppo sanguigno?”, secondo la teoria per la quale il miglior gruppo sanguigno sia l’A (anche perché la maggioranza dei giapponesi possiede questo gruppo sanguigno!) generalmente associato a persone precise, serie e affidabili, seguito a ruota dallo 0 che identifica persone dal carattere estroverso, sincere e potenziali ottimi amici, mentre è piuttosto sfavorito il gruppo B, tipico delle persone creative, impulsive, egoiste e testarde (e solo lo 0,2% dei giapponesi possiede questo gruppo sanguigno).
Dai, considerato che il mio gruppo è l’A ho speranza di essere ben accetta in Giappone, che tra parentesi non vedo l’ora di visitare.
Sebbene il gruppo sanguigno dei creativi sia, secondo la teoria nipponica, il B, durante il Laboratorio creativo nel pomeriggio, mi diverto un mondo a decorare una t-shirt bianca, dipingendoci un koala, che grazie a i consigli di Super Carola, diventa proprio un lavoretto carino, di cui sono molto orgogliosa.
Durante la giornata il cielo è sempre stato coperto, regalandoci un Oceano con tinte scure misteriose ma sempre affascinanti!
La serata procede con la solita cena al ristorante, e mentre siamo a tavola con Fulvia e Carlo, ragioniamo su quanto sia stato facile abituarsi alla routine di questa cucina super prelibata, dove ogni sera il menù ci propone pietanze curate e prelibate… che al ritorno a casa ci mancheranno terribilmente!
Dopo la tisanina presa al Ponte 9, con Stefano rientriamo in cabina e ci infiliamo sotto le lenzuola: è il momento delle nanne!
Buona notte e sogni d’oro… a domani!
P.S.: Stanotte tiriamo indietro le lancette di un’ora, quindi a +8 ore dall’Italia.
Ma è fantastica quella maglietta, Ciaoooo un bacione e buona continuazione,
Mi è uscita bene grazie ai consigli della mia insegnante Carola: lei è una potenza della Natura!
Una di quelle persone che la vita ti fa conoscere quando vuole farti un regalo di quelli belli veri!
Quando ci vedremo avrò un sacco di cose da raccontarti!!!!!
Un abbraccione stretto stretto anche a te, Ester 🤗😘
Sei un portento ❤️❤️❤️❤️❤️
🤔 Giornata di m….are?
Bravissima! La tua maglietta e bellissima.