73. Navigazione

La nottata non è stata delle migliori: ho faticato ad addormentarmi e, quando ci sono riuscita, il sonno è stato agitato.

Credo di aver fatto anche dei sogni movimentati, non ne ho ricordo alcuno, ma al risveglio avverto una sensazione come di fatica e di spossatezza.

Chissà cosa mi sarà passato per la mente: forse avrò immaginato di arrivare a Rabaul e perdermi durante l’escursione… di trovare una tribù sconosciuta nel folto della foresta e di essere finita nel pentolone del pranzo!

Inizio a pensare a quello che Alessandra Falcolini ci ha raccontato ieri su Papua Nuova Guinea: solo negli anni ’30, le tribù presenti sull’isola hanno scoperto di non essere gli unici essere umani al mondo… è sconvolgente!

Mi chiedo come sarà la gente di lì…

La Papua Nuova Guinea fu scoperta solo nel 1526, sebbene della sua esistenza i naviganti fossero già al corrente.

Papua, in indonesiano, significa ‘non unito’, mentre in malese ‘capelli crespi’, entrambe possono essere significative per questo nome.

Nel 1666 gli Olandesi, che stanziavano già nella vicina Indonesia, reclamarono l’isola, più per abitudine che per reale interesse, avendo possedimenti nelle vicinanze.

Alla fine del ‘600, Inglesi ed Indonesiani si accordano per la spartizione di questa grande isola, la seconda per grandezza dell’Oceania, dopo l’Australia.

Nel 1884 l’isola è suddivisa in tre parti: a occidente è territorio olandese, mentre a est, la parte settentrionale è tedesca e quella a sud inglese.

Nel 1920, dopo la Prima Guerra Mondiale, l’Australia prende possesso del territorio tedesco, che le viene affidato dalla Società delle Nazioni.

Il 23 gennaio del 1942, il Giappone conquista Rabaul, porto strategico per i giapponesi, i quali vi installano una base militare. Resterà per tre anni una roccaforte per i giapponesi, fino all’atomica, dopo la quale si ritireranno.

Gli olandesi, nel 1949, dopo il ritiro dalle indie orientali, rimarranno a Papua.

Nel 1962, su pressione degli Stati uniti, l’Olanda si ritira, lasciando il territorio alla vicina Indonesia.

Nel 1969 ci sarà un referendum per l’indipendenza, che non verrà concessa.

La zona occidentale dell’isola, ancora oggi territorio indonesiano, è chiamata West Papua, mentre quella orientale, che nel 1975 ha ottenuto l’indipendenza dall’Australia, è nota con il nome di Papua Nuova Guinea.

L’isola è sita in una zona vulcanica attiva, all’interno nella cosiddetta area del “Coral Triangle”, un’area che copre sei milioni di chilometri quadrati, nota per la biodiversità marina (si pensi che i ¾ delle specie di corallo sono in questa zona).

Il territorio della Papua Nuova Guinea è aspro e questo fattore ha inciso moltissimo sulla modalità con cui è avvenuta la colonizzazione: i coloni, infatti, prediligevano le zone costiere, più accessibili rispetto all’inespugnabile entroterra, protetto dalla intricata flora delle foreste pluviali.

Negli anni ’30 scoppiò la febbre dell’oro e nel 1933 si iniziò a scoprire le cosiddette Highlands, nell’entroterra.

Fu in quel periodo che ci furono i primi contatti con gli indigeni, stanziati nell’entroterra..

Il primo incontro fu documentato con un video che divenne un film nel 1983: “First contact”.

Solo nel 1938, grazie a Richard Archibold, uno studioso di mammiferi che con un velivolo sorvolò l’entroterra dell’isola, e ne fece un dettagliato rapporto, si scoprì che nella Baliem Valley, a 1400 metri sopra il livello del mare, sebbene arretrati, gli indigeni sapevano coltivare la terra, utilizzando un metodo a terrazzamento, effettuando la rotazione delle colture; proteggevano il territorio delle loro tribù con palizzate e torri di vedetta, e questo spinse Archibold a richiedere di poter partire con una spedizione militare ristretta, composta da centocinquanta persone, tra soldati, domestici e condannati utilizzati come forza lavoro.

La tribù dei Dani fu la prima ad essere incontrata dall’uomo bianco, che in loro trovò dei coltivatori e degli allevatori.

Della moltitudine di tribù dell’entroterra in molte non avevano mai visto il mare, preferendo un sicuro isolamento, anche perché sulle coste imperversava la malaria.

Australia e Papua Nuova Guinea erano, all’epoca delle glaciazioni, un unico territorio, unito con l’Asia, dalla quale si insediarono le prime popolazioni; stiamo parlando di qualcosa come 32000 anni fa.

Diecimila anni fa, l’innalzamento dei mari causato dal disgelo, bloccò le popolazioni migrate dall’Asia in queste terre, decretandone il loro isolamento.

Il sago, ovvero il midollo delle palme, è una risorsa di primaria importanza per i locali, fonte di cibo fondamentale, data la mancanza di mammiferi addomesticabili e di bestie da soma.

Sulla zona costiera la pesca è una delle attività che consentono di introdurre delle proteine nell’alimentazione, ma nell’entroterra le proteine scarseggiano.

Il cannibalismo, una pratica in uso tra queste tribù, era svolta con una duplice funzione, o come rito funebre, dove mangiando le carni del defunto gli si assicurava imperitura memoria, o come rito punitivo per i nemici, che privati del cuore e del cervello venivano privati del loro potere a favore di chi si nutriva con essi.

Il Governo si è impegnato molto per la svalutazione di queste pratiche, attraverso leggi rigorose e attualmente il cannibalismo non è più praticato.

L’ultimo processo per cannibalismo è comunque recente, ed è avvenuto nel 2012, condannando ventinove persone dedite a queste pratiche.

Nel 1961, il figlio del presidente Rockfeller, Michael, partecipò ad una spedizione in Papua Nuova Guinea.

Aveva ventitré anni e non fece più ritorno. Alcuni sostengono sia stato ucciso e mangiato, ma non vi sono prove attendibili.

Le guide turistiche oggi scherzano sui turisti che quando chiedono se esistano ancora i cannibali, si sentono rispondere “No, l’ultimo l’ho mangiato io!”.

La popolazione della Papua Nuova Guinea è esigua e frammentata a causa delle caratteristiche geofisiche di questa terra, che ha portato alla chiusura delle tribù spesso in guerra le une contro le altre.

Questa chiusura ha inciso anche sulla lingua: qui ne esistono più di mille!

Su due milioni e mezzo di persone nella Papua occidentale, sono stati rilevati più di duecentocinquanta ceppi linguistici differenti tra loro.

In Papua Nuova Guinea sono moltissimi i nativi, e molto poche le persone provenienti da altre parti del mondo.

Nel 1880 Charles de Rays fece un tentativo di insediamento ma la maggior parte dei coloni morì a causa della malaria.

Quest’idea di terra incontaminata, ancora tutta da scoprire, colpì molto l’immaginario di scrittori e altrettanto fece con i missionari che da tutto il mondo arrivarono per convertire e civilizzare queste genti.

Oggi la maggioranza è cristiana, sebbene non vi sia una religione di Stato.

Il cristianesimo praticato qui, risente dell’influenza con le credenze locali, in particolare animiste.

Uno dei riti tramandati, è arrivato a noi nell’espressione della danza Duk-Duk, un tipico ballo locale.

L’arrivo degli occidentali ha rappresentato l’avvio di un forte impulso del progresso, sia nella medicina come nella lingua, unificata ora nel Pidgin, o Tok Pisin.

Solo il 20% degli abitanti risiede nelle città, che sono più simili a grossi paesi.

L’arte locale si esprime nell’intaglio del legno, nell’intreccio delle corde e delle foglie delle palme.

Il paese è ancora il più povero dell’Oceania e il 40% della popolazione è analfabeta.

È molto diffuso il consumo della noce di Betel, frutto rosso della palma di Areca, ricco di arecolina, una sostanza eccitante che toglie la fatica, con enormi effetti collaterali, tra cui il tumore della bocca, per il quale la Papua Nuova Guinea è ai primi posti al mondo.

Nel 1975 l’indipendenza dall’Australia ha permesso l’insediamento di un Governo locale, purtroppo molto fragile e soggetto a corruzione, in particolare da parte delle grandi aziende di legname e di esportazione dei minerali, di cui questa zona è ricca.

Il disboscamento e l’attività mineraria senza controllo, hanno provocato gravi danni.

La capitale della Papua Nuova Guinea è Port Moresby e conta meno di quattrocentomila abitanti.

Rabaul, che fu un porto strategico per i giapponesi, mostra ancora oggi alcuni resti di quel periodo, come pure dell’eruzione vulcanica del Tavurvur nel 1994, che seppellì sotto due metri di cenere, i due terzi della città.

Oltre al vulcano Tavurvur, vi è il Vulcan, considerato ormai inattivo.

In questa zona fertile si contano circa centoventi diverse specie di piante e duemilasettecento varietà diverse di orchidee.

Il coccodrillo della Nuova Guinea è un coccodrillo d’acqua dolce, una particolarità come quella della farfalla Queen Alexandra, la più grande del mondo.

Anche qui come in Australia è presente il casuario e un parente del dingo australiano, il cane canoro.

Le caratteristiche particolari della Papua Nuova Guinea, la rendono un’attrattiva unica per il turismo antropologico,  che propone in questa terra un ritorno alle origini, con soggiorni nelle tribù che si prestano a rispolverare i loro usi e costumi a favore dei turisti.

Vi sono moltissimi festival, più di cento in un anno, e sono un modo per le tribù di socializzare tra loro e anche di attrarre turisti.

Quel che penso, dopo la conferenza di Alessandra, è che vivere con un gigante che sputa lava improvvisamente, fare i conti con la precarietà della vita, perché, ogni giorno, la Natura ti ricorda quanto siamo effimeri, deve sicuramente incidere anche sull’atteggiamento mentale di queste persone.

Probabilmente lì si godono la vita meglio di quanto facciamo noi, che ci accapigliamo per un rocchetto di filo o un tavolo al Laboratorio creativo, che facciamo storie perché le guide non parlano italiano, che ce la prendiamo se a merenda non c’è il succo d’arancia nei dispenser…

Per loro i problemi saranno altri, ma a quanto pare la guerra esiste anche da loro, tra le tribù, che sono moltissime, le quali solo da pochi anni parlano tra di loro, con la lingua, introdotta dai coloni tedeschi.

Mentre rimugino e rifletto sulla nostra meta di domani, il tempo passa e noi dobbiamo prepararci per la cena: stasera serata di Gala… per la gioia di Stefano, che in giacca sta comunque benissimo!

Durante la cena, sfilano i bambini che hanno partecipato alla giornata “Capitano per un giorno”, tutti in divisa, bellissimi!

… la prossima volta mi iscrivo anche io, così finalmente indosserò una divisa!

Dopo cena salutiamo gli amici e filiamo in cabina a preparare gli zaini per domani, senza dimenticare ombrello e giubbino per la pioggia, viste le previsioni meteo.

Buona notte a tutti!

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